giovedì 6 dicembre 2012

Il paziente in stato di coma può comunicare verso l'esterno: come cambia il danno tanatologico

E' straordinario il risultato raggiunto dal neuroscienziato Adrian Owen, di cui si parla in questo articolo apparso sul quotidiano La Stampa mercoledì 14 novembre.
Monitorando l'attività cerebrale di Scott Routley, canadese di 39 anni in coma vegetativo da 12 in conseguenza ad un incidente stradale, è riuscito a provare che il suo cervello recepisce e comprende le domande che gli vengono poste, attivandosi in una specifica area corrispondente al tipo di risposta prevista, affermativa o negativa.
In questo modo, ponendo al paziente quesiti che prevedono una risposta di tipo sì/no, è possibile una vera e propria comunicazione con il paziente in stato comatoso. Crolla, dunque, un dogma delle neuroscienze, ovvero che il soggetto in coma vegetativo non abbia coscienza di sè, nè tanto meno consapevolezza dell'ambiente circostante.


Questa scoperta ha ripercussioni rivoluzionarie anche in ambito giuridico: se il paziente in coma è consapevole del suo stato e dell'impossibilità di comunicare verso l'esterno, andranno riviste e messe in discussione diverse questioni riguardanti la risarcibilità del cosiddetto "danno tanatologico", ovvero il danno conseguente alla sofferenza data dalla consapevolezza dell'avvicinarsi della morte in conseguenza di un evento lesivo (come, ad esempio, un incidente stradale) percepita lucidamente dalla vittima.


Anche alla luce delle famose sentenze n. 26972 e n. 26973 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che hanno stabilito la netta separazione tra danno patrimoniale ex art. 2043 e danno non patrimoniale ex art. 2059, definendo le varie categorie di danno biologico, danno per morte, danno esistenziale, e via dicendo non come autonome categorie ma come mere declinazioni dell'unico concetto di danno non patrimoniale, la questione sulla risarcibilità del danno tanatologico (seppure non "in sè" inteso) è sempre rimasta aperta.
In tale contesto, si inserisce la recente sentenza della Corte di Cassazione n. 6273 del 20 aprile 2012. La fattispecie concreta riguarda un motociclista che, a seguito di un incidente stradale, subiva gravi lesioni, entrava in coma e successivamente moriva. Ebbene, la Cassazione ha affermato che “il danno tanatologico, inteso come consapevolezza dell’imminente fine della vita, non può essere riconosciuto nel caso di specie, dovendo escludersi che la vittima, come già accertato dal primo giudice, abbia sofferto alcun dolore di natura psichica in quanto in coma”.
Appare evidente, quindi, che i risultati degli studi del dott. Owen aprano scenari assolutamente nuovi in questa materia, rendendo possibile anche ipotizzare un ulteriore aggravamento del danno non patrimoniale subìto dal soggetto in stato di coma, corrispondente allo stress emotivo ed alla sofferenza di non riuscire ad esprimersi pur recependo i segnali uditivi e visivi provenienti dall'ambiente circostante.

Nessun commento:

Posta un commento